martedì 22 agosto 2017

Lourdes, una, e due

Qui, come nella vita. Ci sono due luoghi in uno. Ci sono due realtà in una.
Di qua, e di là.
Di qua, la roccia che diventa acqua, la cera che diventa luce, e fumo, alimentati dal soffio di un vento sottile e costante.
Di qua, l'acqua che lava, la faccia lavata dalle lacrime, la grotta che accoglie e attira, calamita dello spirito, a dire "da qui vieni, qui tornerai, ma una parte di te scorrerà via, salirà al cielo, scenderà al cielo, sprofonderà all'infinito".

Di qua, l'umanità che si colora di tutte le sfumature possibili, che parla e prega in tutte le lingue inventate, che canta e balla e stringe mani e sorride in tutti i modi pensati.
Di qua, il profumo acre della cera e dell'incenso, il brillare delle candele, il suono sommesso del fiume, quello ancor più silenzioso delle preghiere che si infrangono impotenti davanti alla potenza della roccia, accarezzandola.
Di qua, la fede che diventa passi, mani a sfiorare, dita a sgranare rosari, rose a sfiorire ai piedi della statua, ruote di carrozzelle e carrozzine a scivolare sull'asfalto, corpi a spingerle, respiri, sospiri, sussurri, e ancora lacrime, di gioia confusa, speranza intimorita, amore incontenibile e ostinato per la vita. E prossimità, e solidarietà, e carità netta, pulita, senza infingimenti né esibizionismi, senza equilibrismi né sofismi. Carità che vive di fede e si nutre di speranza, e respira un solo fiato, uno spirito, che non ha colore né età, che non ha cultura né provenienza, ma un'unica appartenenza: quella all'umanità.
Di qua, corpi malati, sfigurati, tormentati; corpi bambini, vitali, energici; corpi giovani, esaltati, esultanti; corpi adulti, rassegnati, esitanti; corpi, e volti, su cui la vita è passata con violenza, o passerà, o sta passando, e i segni compongono un mosaico il cui senso si vede solo dall'alto.
Di qua, la concretezza di uno struggimento, della nostalgia di un cielo perso e intravisto per un momento, dell'attesa di quel momento futuro ed eterno.
Di là, il mercato del tempio. Le cose che diventano merce, denaro, valuta senza valore.
Di là, turisti allo sbando, persi fra moules frites e bière pression; souvenirs, objets, cadeaux, parfums, gourmandises, per intontire lo spirito.
Di là, odore di crèpes e di fritture, di lavanda e di deodorante; vetrine tutte uguali, menu turistici e trenini, negozi e hotel coi nomi di santi, statue di madonne, lo sguardo infantile e stupito di Bernadette a rincorrere il progresso e abbandonarlo un attimo dopo.
Di là, la materialità dell'esistenza, bisogni superflui spacciati per essenziali, e monete, banconote, carte di credito senza credere.

Di là, il disordine razionalmente organizzato e manipolato dei sensi, che crede di celebrare la vita nel momento in cui la pugnala, che intontisce lo spirito sussurrandogli che di qua non esiste niente.
Andare di là per mangiare e dormire; necessario per far sopravvivere il corpo.
Andare di qua per scoprire che c'è altro oltre il corpo; necessario per cercare in una roccia e in un po' d'acqua la vera sopravvivenza.

E tu, di qua, o di là?

giovedì 6 luglio 2017

Growin' up

C'è lo sfrontato, che arriva salutando la commissione come se fosse lui a esaminarla, e non viceversa,
e poi cede davanti alla prima correzione della prof di inglese.
C'è la tenerella, che trema firmando il foglio presenze, trema raccontando a memoria la tesina, trema rispondendo alle domande, e si scioglie in lacrime alla fine.
C'è la vamp, che si trascina uno strascico di spasimanti, esibisce trucco e mise da festa di laurea, e balbetta alla richiesta di un calcolo di integrali da parte di un prof insensibile al suo fascino.
C'è il supermotivato, che porta un modellino in scala del grattacielo di Burj Al Arab e ne dimostra le leggi statiche in inglese, incurante dello sguardo del commissario di italiano, che ha studiato francese.
C'è il timido, rannicchiato in sé, pallido, bocca impastata di sonno arretrato, camicina azzurra e sguardo fisso al bordo del banco, mai rivolto a chi gli fa le domande.
C'è la bravabambina, con la madre appiattita dietro la porta, perché lei non fa entrare nessuno, altrimenti si agita, e con l'atteggiamento di vittima rassegnata di un sacrificio che non capisce.
C'è il lavativo, che ha studiato tutto in pochi giorni, e centrifuga nomi, date, titoli e regole in un contenitore, gesticolando, come un prestigiatore di un circo di provincia, tentando di ipnotizzare la commissione in un numero disperato.
C'è la ragazza solida, posata, serena, che dissimula l'emozione con una parlantina sciolta, ma si vede che sotto sotto è anche lei agitata: dalle chiazze sul collo, dalla voce appena incrinata.
C'è l'appassionato, occhialoni e taglio di capelli scalato di ordinanza, sicuro, ma non sfacciato, umile, ma non servile, in grado di spaziare da Feuerbach all'omochiralità, da Joyce al magnetismo, da Manzoni allo sbarco in Sicilia, come se tutto si tenesse.

Perché tutto si tiene, infatti.
Ma pochi lo capiscono.
E gli altri annaspano, tossicchiano, interpretano silenzi e sguardi dei commissari, ribadiscono, esclamano "esatto!" alle affermazioni dei prof, a volersi allineare ad una conoscenza che non com_prendono.
"Cosa farà dopo?", la domanda di rito.
Allora, in molti, lo sguardo si anima, si perde nel futuro, immagina e spera.
Il momento più ricco di vita dell'esame orale.
Poi, sarà mondo_fuori.
E inizieranno gli esami veri.





sabato 24 giugno 2017

Dio dell'inaspettato

Dio dell'inaspettato
dei piccoli miracoli quotidiani
dell'inatteso e delle sorprese,

Dio dell'occhio spalancato sul biondo di un campo di grano
sulle trine delle nuvole nel cielo
sui passi passerotti di un bambino,

Dio dell'attesa del minuto successivo
della fiducia nel minuto domani
dell'abbandono al futuro minimo,

Dio delle partenze e dei ritorni
delle serate a squarciagola
delle fette biscottate a colazione,

Dio delle canzoni alla radio
delle chiamate inaspettate
delle coincidenze misteriose,

Dio della forza propulsiva
dell'eroismo in miniatura
dei vagiti e dei sospiri,

Dio delle scoperte
delle zattere sulle correnti
del bagaglio leggero,

Dio dei baci su teste che dormono
dei silenzi su orecchie lontane
delle parole opportune,

Dio della polvere sui ricordi
dello straccio passato di un colpo
della mano che lucida,

Dio del bene di questa vita,
dello spazio che ricuce gli strappi,
del pudore nell'amore,

ti prego,
allontana da noi la tentazione
dell'abitudine
delle consuetudini
dello scontato.

E facci stupire
sempre
per una voce al telefono.


martedì 4 aprile 2017

sto su me

anno ricco,
anno denso,
emozionante,
sfiancante,
dolce e duro.
anno di lontananze e vicinanze,
di amici reali e lontani,
di conoscenti vicini e distanti,
di sorrisi nel pianto e viceversa.
anno di delusioni e illusioni e disillusioni,
di disincanti e canti.
anno di poesia e musica a intontire,
di letture e viaggi a lenire,
di pensieri e ricordi a sostenere.
anno di analisi,
di sintesi,
di ricapitolazione e di tremore.

anno di promesse non mantenute
e di sorprese inaspettate,
di immobile movimento,
stabile percorrere una china inesplorata,
di stare su me,
sulla mia anima malconcia,
su rimpianti di decenni,
su speranze sempre più corte.

anno di regali di ogni giorno,
strappati con ferocia
dalla bocca del presente.
e aprila, questa bocca, presente.
regalami l'unica dimensione in cui io sto bene,
perché scevra di ricordi laceranti
e di paure ingombranti.
aprila, questa bocca, presente.
e, giorno dopo giorno,
fammi costruire
il prossimo anno.

lunedì 6 febbraio 2017

Slàinte, Luciano


Vieni qui, che ti racconto una storia.
C'era una volta una persona gentile, che amava l'Irlanda. L'aveva percorsa in lungo e in largo, col treno.
Perché lui di treni se ne intendeva.
Trent'anni da pendolare, Legnano Milano, avanti e indietro, sull'odiosamata Trenord, a leggere leggere leggere, e ascoltare musica, ottima musica. Soprattutto irlandese.
Dal finestrino, a volte, rare volte, la campagna dell'hinterland milanese si accende di qualche sprazzo di verde. Un verde lontanissimo da quello smaltato dell'Irlanda, ma comunque a lui piaceva lo stesso guardarlo, perché coltivava nel cuore un sogno: andarci a vivere, in Irlanda, vicino a Galway, in una piccola casa rossa sul porto. L'oceano di fronte, e nel cuore la musica.


Dal finestrino della sua vita, vedeva e viveva passioni autentiche: i libri, la musica, certo, ma anche il basket, la scrittura, l'amicizia, la politica nel senso alto del termine. E i suoi compagni di viaggio apprezzavano la sua presenza, elegante, discreta, fine, sensibile, intelligente, umile e quindi grandissima.
Bello era incontrarlo ai concerti; competente, preciso, attento, senza essere spocchioso né saccente, li gustava con il piacere di una pinta di Smithwick's o di Guinness; e, poi, ne parlava con trasporto ed equilibrio insieme. Nel modo a lui peculiare, con un sorriso.

Da quando era entrato nel mondo virtuale di Facebook, i racconti dei suoi viaggi erano subito diventati un piacevole e irrinunciabile appuntamento per tutti i suoi contatti. Arguto, ironico, sapeva cogliere i minimi dettagli che rendono una situazione unica e indimenticabile, nel bene e nel male. In questo modo sapeva resistere ai disagi, alle mediocrità, agli inconvenienti del viaggio. Di qualunque viaggio.

Un viaggio non qualunque, il suo. Fino all'ultimo, vissuto con dignità suprema, forza e gentilezza.
C'era una volta Luciano Re.
No, non andare via con quello sguardo triste.
Ho sbagliato. Non c'era una volta.
C'è ancora. Nei nostri cuori.
Slàinte, Luciano.



sabato 1 ottobre 2016

Ragazzo mio (lettera a un figlio che parte)

Non sei mai stato bravo a disegnare. Una volta, in quarta elementare, ti angosciasti un intero fine settimana perché la tua maestra aveva definito "miserrimo" il tuo disegno ispirato alla Gabbianella e il gatto. Un gabbiano impreciso, i tratti di colore fuori dai contorni, niente di grave; ma era evidente che desideravi disegnare non il gabbiano perfetto, bensì la sua idea. Quel gabbiano volava verso l'alto, come un condor, in una picchiata al contrario, sprofondando nell'abisso del cielo.

Domani partirai. Andrai a studiare abbastanza lontano per non tornare ogni fine settimana, e a studiare abbastanza per non avere nemmeno il tempo per tornare. Quel disegno impreciso, ora, è la realtà. Un gabbiano in picchiata verso il futuro.
O forse, in questi anni, hai silenziosamente, consapevolmente, fatto a pezzi quel disegno. Tanti minutissimi pezzi, ognuno dei quali contiene una sfaccettatura di te.

Ci eravamo illusi, avevamo sperato, tuo padre e io, di avere per sempre il disegno completo, di comprenderlo e forse anche ammirarlo, mostrandolo ad amici e parenti. Invece, ci stai insegnando la dote ardua e misteriosa dell'accettazione, dell'umiltà. Prendiamo un coriandolo di quel disegno, e ce lo facciamo bastare. Ne osserviamo le screziature di colore, la grana del tratto, ma non riusciamo più a ricollegarlo al disegno complessivo, che ci auguriamo esista, da qualche parte nel tempo, ma che temiamo di non riuscire più a vedere.

Domani partirai in picchiata verso il futuro, esplodendo in minuti coriandoli di senso. Guardando nel fondo dei tuoi occhi colore del cielo, ci specchiamo nell'identica, trepidante, timorosa perplessità.
Noi, da terra, seguiremo il tuo volo.

venerdì 2 settembre 2016

Ragazza mia (lettera a una figlia sulla fertilità)

Hai saputo, ragazza mia, dell'iniziativa del ministro Lorenzin. Ne abbiamo parlato a lungo, ieri e l'altro ieri. In rete abbiamo letto di tutto, riso e riflettuto. Il sito http://www.fertilityday2016.it/ prima è stato aperto, poi chiuso, poi di nuovo aperto. Hai criticato le foto, ti sei stupita per l'enfasi data alla donna come quasi esclusiva attrice della creazione. Hai solo sedici anni, ma sei acuta e critica; una giovane donna che si prepara al futuro.
Hai ragione, a dire che quella campagna è (era? perché qui si dice che il ministro rivede la comunicazione) offensiva e insulsa. A dire che l'ombra del fratello del figlio unico è peggio di un film horror.
A dire che io non sono un genitore giovane, ma sono creativa lo stesso.

Ecco, a questo proposito ti voglio raccontare la mia storia.

Non mi hai mai chiesto perché mi sono sposata nel 1992, ma tuo fratello è nato cinque anni dopo, e tu tre anni dopo di lui.
Forse pensi che abbia scelto di prendermela comoda, di costruire la carriera, la vita di coppia, di fare viaggi o perfino che non volessi avere figli. No.
La verità è che ho subìto tre aborti spontanei, con relativi raschiamenti, in un anno e mezzo. Tentavo, li perdevo, semplicemente. Poi, mi hanno consigliato di lasciare riposare corpo e spirito, di fare ricerche in merito. Era tutto normale. Così, dopo tre anni, è nato tuo fratello. Poi, tu.

Ma in quei cinque anni ho provato l'ansia. La frustrazione. La speranza puntualmente negata. Gli sguardi di compatimento delle altre donne più fortunate di me. Quelli preoccupati dei nonni. Come se tutto dipendesse da me, da un mio errore, da qualche anomalia, da una colpa da scontare.
Conosco bene la stretta al cuore davanti a una pancia esposta trionfalmente, davanti a una carrozzina. Conosco il senso di esclusione dal mondo delle mamme felici. E la sensazione di emarginazione sociale.

Poi, è passato quasi tutto. E dico quasi, perché sono stata una mamma primipara ultratrentenne, costretta, con tuo fratello, a sei mesi di letto, e a 39 anni, per te, la macchina aveva immesso il dato dell'età, facendo sballare i valori di una probabile tua malformazione; così, mi sono dovuta sottoporre alla traslucenza nucale, non dormendo per due giorni, mentre tu invece te ne stavi tranquilla nel mio ventre, perfettamente sana.

E ho conosciuto di nuovo gli sguardi delle mamme giovani, all'asilo, davanti a scuola, quando arrivavo, coi miei 42 anni, a prenderti, i capelli già da tingere, le rughe e gli affanni di una vita divisa fra tuo fratello, i nonni ormai anziani da accudire e il lavoro.
Ma la vita mi ha portato fino a qui. E ora ridiamo insieme, commentiamo questa campagna insulsa, e, ben lungi dall'essere due amiche, ci ritroviamo vicine, condividendo musica, letture e gusti, nonostante i 39 anni di distanza.

Per questo, e per molto altro, mi sento offesa dai toni e dai modi di questa campagna, e non riesco a digerirla con la solita ironia.
Perché penso a P., marito sterile, o a R., che ha subìto la chiusura delle ovaie dopo tre gravidanze extrauterine, e ora padre e madre di splendide bambine adottate; a  L., I., S., K., anche loro genitori adottivi con percorsi dolorosi; a T., F., C., D., A., a cui malattie o vicissitudini di vario genere hanno impedito di diventare genitori, e che non hanno avuto modo, denaro, possibilità di affrontare il lungo percorso dell'adozione, o di avere un partner con cui costruire una coppia; a F., che sta aspettando un bambino, tremando perché non l'ha ancora detto al suo principale; a S., che ha dovuto firmare una lettera di licenziamento nel caso fosse rimasta incinta; a G., a V. orgogliosamente single, in un'epoca (che forse sta ritornando? chissà) in cui il termine era "zitella", e che hanno rallegrato e addolcito con la loro amicizia e il loro aiuto la vita di moltissime persone. Penso invece a molti altri genitori, che parcheggiano i figli coi nonni, con la tata, davanti a videogiochi o internet, che trascorrrono le vacanze mollandoli nei miniclub per non sopportarli, che farciscono di corsi la giornata dei pargoli, per non stare con loro, che danno loro tutto il necessario materialmente, ma non affettivamente, e che invece, seguendo la logica del ministro, verrebbero indicati come esempi di fertilità.

Per questo, e per molto altro, spero che la salute fisica, la prevenzione, l'educazione sanitaria, tornino ad essere al centro della campagna. Ma non a scapito della salute mentale, nostra e di chi amiamo.

Quanto a te, ragazza mia, se anche deciderai, o ti capiterà, di non diventare madre, sappi che ti si aprirà davanti un mondo di possibilità, e che starà a te coglierle al meglio.

Ti voglio bene.